MODELLO

Modello freudiano

Il pensiero di Freud costituisce l’origine della psicoanalisi e la paternità del sapere psicoanalitico.

La Teoria freudiana, la cosiddetta metapsicologia, è basata sulla teoria delle pulsioni, quale paradigma e modello generale (Kuhn, 1962), ed è quindi su di essa che Freud fonda tutto il suo pensiero.
Il modello pulsionale ritiene che l’uomo sia motivato da spinte biologiche, libidiche e aggressive, che premono per la gratificazione. Spinte che inevitabilmente sono frustrate dall’ambiente familiare e sociale dando luogo al cosiddetto inconscio rimosso e alla formazione di sintomi nevrotici di compromesso.

L’essere umano risulta operare all’interno “di un sistema di energia chiuso fatto di pulsioni e difese” (Mitchell, 1988), inestricabilmente preso nel conflitto tra un Es “primitivo” e un Io che si sforza di essere “civile”.
L’intervento terapeutico del modello pulsionale è volto al recupero dei ricordi rimossi. Attraverso “oggettività e distacco”, l’analista rende possibile l’esperienza transferale dei desideri infantili rimossi. L’uso distorto che il paziente fa dell’analista nel transfert fa riemergere gli impulsi pulsionali.
Si tratta di un intervento (Hoffman, 1983) in cui l’esperienza elaborativa avviene indipendentemente dalla presenza reale del terapeuta.

Modello del deficit

Il modello del deficit pone come fondamento epistemico del processo evolutivo e del funzionamento psichico l’importanza determinante dell’oggetto. Sostenendo che “la libido è primariamente una ricerca dell’oggetto” (Fairbairn, 1952) colloca la teoria e la clinica psicoanalitica “entro l’ordine sociale”.

Assistiamo ad uno spostamento all’esterno, là dove Freud accentuava l’interno, e ad un potenziamento della portata dell’oggetto, là dove Freud ne faceva la parte più “variabile” della pulsione.
L’essere umano è pensato come una sorta di “tabula rasa” su cui l’ambiente incide in maniera decisiva. Una presupposta dipendenza o indifferenziazione o simbiosi originaria ne giustificano e ne legittimano l’unidirezionalità spiegativa: senza l’oggetto o con un oggetto “cattivo” l’esito dello sviluppo sarà la patologia, solo con l’oggetto “sufficientemente buono” ci sarà sanità e sviluppo positivo.

L’intervento terapeutico si propone di “analizzare l’esperienza di fallimento dell’oggetto-sé vissuta dal paziente, dimostrando la propria sintonizzazione con i suoi stati affettivi reattivi e riparando il legame interrotto” (Stolorow, et al., 1987).

Modello Psicoanalisi della Relazione

Lo spostamento dal paradigma della scienza positivista al paradigma di una scienza pensata in ottica interazionista è il risultato di un lungo processo.

E’ questa laboriosa elaborazione che ha portato a relativizzare il Modello pulsionale, incentrato sull’intrapsichico, e il Modello del deficit, troppo spostato sull’ambiente/madre, trasformando la psicoanalisi da psicologia mono-personale in psicologia bi-personale o relazionale (Wolstein, 1959; Epstein e Feiner, 1979; S. Mitchell, 1988).
Abbiamo presente tuttavia che nell’evoluzione delle teorie la “vitalità” del momento nasconde spesso nuovi sviluppi.
E’ già ora che il pendolo volga da un’altra parte?

Premessa storica

I concetti nascono e poi migrano.
Spostarli nel tempo senza tenere presenti gli inevitabili cambiamenti epistemici crea confusione e addirittura rappresenta un tradimento. Una sana ecologia della mente spinge a tener conto dell’habitat storico in cui i concetti nascono e a circoscriverne il loro significato originario.
La ricostruzione storica del concetto di “relazione” dà indicazioni utili sull’evoluzione della teoria psicoanalitica e sul contesto “culturale” in cui tale concetto è nato.

Il fattore “relazionale”

L’aggettivo “relazionale” come termine psicoanalitico deriva dall’espressione “object relations”, usato per la prima volta, nel 1925, da M. Klein.
Il termine “oggetto” era stato in precedenza usato da Freud nella sola accezione di “oggetto della pulsione”. Con la Klein assistiamo ad uno spostamento dell’ottica. Mediante il concetto di “fantasia inconscia” e di “mondo interno” la Klein stabilisce un rapporto più stretto tra oggetto e pulsione. “Invece delle pulsioni, le tensioni prive di direzione che Freud aveva descritto come contenute nel suo “Es”, la Klein cominciò a descrivere protorelazioni tra le pulsioni e i loro oggetti interni, amore e odio appassionati sperimentati in relazione a oggetti buoni, oggetti cattivi e oggetti parziali” (Mitchell, 1997).
Tuttavia, mentre “le relazioni descritte dalla Klein si trovavano tutte nella mente del bambino, ed erano primarie e perlopiù autonome rispetto all’esperienze reali con gli altri” (Mitchell, 1997) gli autori che diedero avvio al filone delle relazioni oggettuali trasferirono tali descrizioni nell’ambito delle relazioni reali con gli oggetti reali che costituivano l’ambiente concreto del bambino.
Ovviamente questo ebbe delle conseguenze anche per ciò che atteneva alla natura stessa del processo psicoanalitico. Mentre la Klein aveva una concezione piuttosto tradizionale del processo (astinenza e neutralità), la trasformazione in senso “bi-personale” del concetto di identificazione proiettiva generò, ad esempio negli anni ’50, l’importante ripresa degli studi sul controtransfert.
Fa parte dei paradossi della storia del pensiero il fatto che all’interno di ciò che può essere a ragione considerato come il cuore di una più che ortodossa “psicologia dell’Es” sia sorta una visione che abbia in seguito aperto le porte ad una idea più interazionale e legata al “qui e ora” della dinamica analitica.

Ferenczi: accentuazione del relazionale e dell’esperenziale

Negli anni ’20, Ferenczi aveva espresso dei dubbi sulla tecnica psicoanalitica, in particolare nei confronti della neutralità dell’analista. Riteneva che si dovesse, invece, dare molta più importanza all’esperienza del paziente. Per sottolineare quanto l’analisi dovesse focalizzarsi sui dettagli concreti e non sulla teoria formale, sostenne il valore dell'”esperienziale” e dell'”affettivo”.
Nel 1925 suggerì che gli analisti dovessero prendere “ogni sogno, ogni gesto, ogni parafrasi, ogni peggioramento o miglioramento come espressione del transfert e della resistenza” (Ferenczi, 1925).
Insieme a Rank sostenne che l’analista dovesse interpretare tutto il materiale del paziente alla luce del qui ed ora della relazione analitica.

Fairbairn: dal piacere di scarica alla libido come ricerca d’oggetto

Sin dal 1940 Fairbairn (1952) formulò la sua teoria delle relazioni oggettuali come revisione dell’asse pulsionale freudiano in termini di “relazionalità oggettuale”. Le strutture endopsichiche, come egli definiva il mondo interno, non venivano più costruite su una fantasia innata, ma venivano considerate come derivate interamente dalle relazioni reali del bambino con gli adulti significativi. La teoria pulsionale ne risultò profondamente modificata: la libido acquistava il significato di ricerca d’oggetto e non di piacere.

Sullivan e l’approccio interpersonale

Nel frattempo, negli Stati Uniti Sullivan cominciò a sviluppare l’approccio “interpersonale” alla psichiatria, definendo il disturbo mentale individuale un disturbo delle relazioni interpersonali: “Il mentale o psicobiologico… si concretizza solo nell’interpersonale reale o fantasticato” (1931).
Subito dopo, agli inizi degli anni quaranta, fu fondato il William Alanson White Institute of Psychiatry, Psychoanalysis and Psychology, destinato a diventare il luogo di formazione di parecchie generazioni di psicoanalisti interpersonali.

Bowlby: il primato del bisogno d’attaccamento

Fu Bowlby (1969, 1973, 1980) a dare fondamenta proprie ad un uso teorico delle relazioni umane. Bowlby, come Freud, privilegiava spiegazioni che avessero radici nella biologia e per questo attinse molto alla teoria darwiniana. Per lui la sopravvivenza del bambino non dipende soltanto dal soddisfacimento di esigenze e bisogni fisiologici (come la nutrizione, la regolazione della temperatura, ecc.), ma anche e soprattutto dal “bisogno della madre”, ossia dalla prossimità, attenzione e presenza di lei. L’attaccamento, e non più la pulsione, diventa la motivazione base del comportamento.

Kohut: la dimensione dell’oggetto-sé

Kohut (1971, 1977, 1979) ha dato un profondo impulso allo sviluppo del modello relazionale. Per lui il Sé si sviluppa a partire da alcune relazioni chiave, che egli definisce relazioni di oggetto-sé, in cui i genitori hanno la funzione di rendere possibile il soddisfacimento dei bisogni “narcisistici”. Per questo, nella cura, i fattori relazionali sono primari: il paziente è portato a utilizzare l’analista come oggetto-sé per supplire alla mancanza. Secondo Kohut le relazioni con gli altri e il ruolo che esse svolgono costituiscono il contesto primario dell’esperienza umana.

Negli anni settanta diversi gruppi, tra loro indipendenti, hanno messo al centro della loro ricerca il concetto di Relazione; negli Stati Uniti (Mitchell), in Germania (Bauriedl) e in Italia (Psicoanalisi della Relazione) prendevano corpo teorie che presentavano forti analogie tra loro, testimoniando una convergenza d’interessi riconducibile ai cambiamenti “culturali” allora in atto.
Per gli stretti rapporti di interscambio scientifico venutisi a creare attorno agli anni ’90 tra la Relational Psychoanalysis e Psicoanalisi della Relazione ci soffermiamo sul Relational Track e su Psicoanalisi della Relazione.

Relational Track

Nel 1961 la creazione del Postdoctoral Program in Psychotherapy and Psychoanalysis all’interno delle specializzazioni previste dall’Università di New York generò l’aspettativa di una svolta: l’approdo universitario sembrò a molti come l’opportunità per la psicoanalisi di superare le annose contrapposizioni di scuola che ne avevano caratterizzato lo sviluppo e di aprire una nuova stagione di confronto e dialogo. Tuttavia, come ricorda Aron, ciò che accadde fu il ripetersi pedissequo di una dinamica caratterizzata fondamentalmente da una incoercibile incomunicabilità, quando non di vero e proprio conflitto.
L’insoddisfazione sentita da molti per il perdurare di tale condizione fu forse tra i fattori principali che condussero nel 1988 alla fondazione del Relational Track, come indirizzo di specializzazione autonomo, accanto ai tradizionali indirizzi freudiano e umanistico. Nella scelta del nome si volle evitare il termine “interpersonale” già caratterizzante un peculiare e specifico modello avente una propria storia e tradizione e al contempo si evitò anche il termine “intersoggettivo” per non sovrapporsi alla versione post-kohutiana della Psicologia del Sé, elaborata nel frattempo da Stolorow e collaboratori.

Alla base di questo approdo vanno ricordate le pubblicazioni che a partire dall’inizio degli anni ’80 condussero allo sviluppo teorico della Relational Psychoanalysis.
In particolare:

  • Object Relations in Psychoanalytic Theory di J. Greenberg e S. Mitchell (1983)
  • Relational Concepts in Psychoanalysis. An Integration di S. Mitchell(1988)
  • The Bonds Of Love: Psychoanalysis, Feminism, The Problem Of Domination di J. Benjamin (1988)
  • Relational perspectives in psychoanalysis a cura di N. Skolnick e S. Warshaw (1992)
  • The legacy of Sandor Ferenczi di L Aron e A. Harris (1993).

La pubblicazione di Psychoanalytic Dialogues: a journal of relational perspectives (1991) che dà spazio al dibattito sul modello relazionale, è stato un evento di grande rilievo nella storia della psicoanalisi moderna.
Più recentemente la Relational Psychoanalysis si costituì in associazione internazionale: l’International Association of Relational Psychoterapy and Psychoanalysis (IARPP).

L’Infant Research: il contributo della ricerca sperimentale

I risultati dell’Infant Research, testimoniano un neonato e un bambino attivo fin dall’inizio nello stabilire relazioni con l’esterno e capace di regolare autonomamente il proprio coinvolgimento.
Il neonato non diventa sociale tramite l’apprendimento o il condizionamento, o grazie ad un adattamento alla realtà. La relazione non è un mezzo teso a qualche altro scopo, sia esso la riduzione della tensione, la ricerca del piacere o il bisogno di sicurezza; la relazione è solo uno dei sistemi più ampi all’interno del quale il neonato si sviluppa.
L’interazione è un processo governato dalla legge della coerenza e dell’unitarietà del sistema (Sander, 2002; Beebe e Lachman, 2002). Negli esseri viventi l’interazione è retta dalla regolazione dell’equilibrio ottimale tra i due poli in interazione. “Ottimale” non va inteso in termini valoriali o valutativi, ma in relazione allo stato di ciascun sistema, come equilibrio migliore possibile per entrambi nella situazione data.

Capitolo italiano “la Psicoanalisi della Relazione”

La sua nascita ufficiale coincide con la fondazione della SIPRe, avvenuta nel 1985, ma già nel 1976 a Roma un gruppo di psicoanalisti aveva fondato un Istituto di Psicoanalisi della Relazione.
L’intuizione aggregante era la necessità condivisa di elaborare il concetto di Relazione quale dato strutturato storico che si riproduce nella relazione analitica.
Su questo dato autonomo di partenza vennero nel tempo ad inserirsi proficui scambi culturali e scientifici con la Relational Psychoanalysis americana.
Nel 1988 l’apertura dell’Istituto di Psicoanalisi della Relazione di Milano e nel 1990 la pubblicazione di Ricerca Psicoanalitica – Rivista della relazione in psicoanalisi fanno della Società Italiana di Psicoanalisi della Relazione (SIPRe) una delle più significative espressioni dello sviluppo della Psicoanalisi “relazionale” in Italia.
Tutta la ricchezza concettuale di chi ci ha preceduto è andata nel tempo acquistando – in particolare in riferimento al concetto di relazione – un significato nuovo e originale.
L’evoluzione del pensiero è inarrestabile. Forse domani bisognerà ancora cambiare e adottare altri punti di vista. Oggi tuttavia, la Psicoanalisi della Relazione si connota per le sue scelte epistemiche, teoriche e tecniche che vanno nella linea della teoria dei sistemi dinamici non lineari e dell’interazionismo.

Io-soggetto

Soggetto non è concetto psicoanalitico. Le istanze dell’Io sono studiate in quanto parti della mente, ma non corrispondono al concetto di soggetto. L’ambiente incide sull’individuo, ma non costituisce il soggetto. A volte il soggetto è dato per scontato senza preoccuparsi di fondarlo. La nostra idea è che non bisogna avere paura della teoria soprattutto se si considera quest’ultima non come la realtà (addirittura la verità sulla realtà) ma come un “work in progress” che formuliamo per rendere conto dei dati. Siamo infatti convinti che l’esplicitazione limpida e dichiarata delle proprie coordinate teoriche è probabilmente il più potente antidoto alla deriva “dottrinale”; la strada più appropriata che abbiamo a disposizione per fare scienza, evitando ad un tempo sia il “fascino dell’ineffabile” che il rischio dello “scientismo”.
Da questo punto di vista la teoria dei sistemi propone un’ipotesi plausibile sia dal punto di vista epistemico che teorico. Ed è per questo che accostiamo il concetto di soggetto umano a quello di sistema, avendo bene in mente che si tratta solo di una metafora. Una metafora tuttavia, in grado di esprimere bene sia il costituirsi del soggetto in quanto soggetto che il suo agire. L’ipotesi sistemica contempla infatti non solo l’unitarietà statica/stabile dell’essere del soggetto, ma anche la coerenza del suo divenire. Soprattutto si colloca a un livello di astrazione sufficiente per scongiurare ogni sorta di riduzionismo. È possibile che in futuro altre ipotesi potranno esprimere meglio la complessità dell’essere umano. Per il momento ricorrere al concetto di sistema aiuta. Per comodità chiamiamo il sistema umano Io-soggetto.

Relazione come interazione

Il nostro concetto di relazione non ha a che fare solo con il significato concreto di “relazione”, ma costituisce anche l’espressione di un modo di vedere il mondo e quindi la terapia. A una visione “costruttivista”, che rimanda inevitabilmente a una costruzione mentale o intrapsichica della realtà, contrapponiamo come più adeguata una concezione “interazionista”. Il movimento della vita non è a senso unico, ma procede attraverso l’interazione. La conoscenza si fa strada attraverso l’interagire. La vita è interazione. Non solo interazione, ma anche meta-interazione. La conoscenza della conoscenza è una prerogativa dell’Io-soggetto. Purtroppo siamo abituati a etichettare come meta-interazione solo o principalmente la parola, ma il meta-interattivo va soprattutto nella direzione della presenza a se stessi. Solo quando il meta-interattivo è diventato una cosa sola con il sistema, e non solo con la parola cosciente, possiamo ritenere che il meta-interattivo è assimilato e fatto proprio.

La conoscenza

La conoscenza è l’aspetto epistemico che ci guida, non una conoscenza onnisciente o illuministica bensì un processo lento e graduale che rimanda alla complessità. Non è tanto il mondo a essere complesso, quanto la nostra conoscenza. Tutta la sicurezza storica fondativa dell’essere umano viene meno e impariamo a procedere nell’incertezza. Non c’è dubbio che la “realtà” esista ma, come dice Maturana (1990, p. 23), è saggio metterla “tra parentesi”. “L’oggettività tra parentesi, implica che l’esistenza sia costruita dalle distinzioni compiute dall’osservatore e ci siano tanti domini di esistenza quanti sono i tipi di distinzioni operati dall’osservatore: l’oggettività tra parentesi implica i multiuniversi, implica la nozione che l’esistenza dipenda costitutivamente dall’osservatore e che ci siano tanti domini di verità quanti sono i domini d’esistenza che questi realizza nelle proprie distinzioni”.

Il cambiamento

Il Soggetto “sa” che cosa gli è possibile e che cosa non gli è possibile. Pensare al cambiamento come un conformarsi o un adeguarsi ad un ideale, seppur condiviso dalla società, è generare violenza anti-etica. Il sistema ha trovato e trova nel suo ambiente dato la migliore soluzione per lui. Non ha molto senso imporgli un cambiamento.
In un continuo interagire con il mondo, funzione dell’auto-regolazione, il sistema “sceglie” sempre quello che è funzionale per la sua coerenza. Solo il sistema è al corrente di come stanno le cose dentro di lui. Nessuno può arrogarsi il diritto di imporgli come “deve essere”. Certo, è pensabile che un’interazione nuova, quale può essere quella analitica, possa modificare la direzione che il soggetto ha preso. Una modifica che però non può essere che adottata e fatta propria dal soggetto. Solo il singolo Io-soggetto sa che cosa per lui è possibile e buono.

Coordinate teoriche

Con le sue coordinate teoriche, il Modello di Psicoanalisi della Relazione si propone di rileggere la ricca tradizione psicoanalitica che va da Freud a Ferenczi, dalla Klein a Bion, da Sullivan a Levenson, da Winnicott a Kohut, ecc., alla luce dei presupposti epistemici attuali. Ne deriva un punto di vista nuovo e originale.

La partecipazione dell’osservatore

Si sente sovente dire che “tutti siamo relazionali”, ma non sempre il significato dell’affermazione viene esplicitato. Assumere il contributo soggettivo dell’osservatore al campo di osservazione ha significato aprirsi a una nuova visione della psicoanalisi: il rapporto paziente/analista non viene più pensato “a senso unico” né, quindi, in una prospettiva oggettivante. Ogni “relazione” viaggia a doppio, triplo, quadruplo senso.
È a tutti gli effetti un’interazione e non è solo l’analista ad osservare.

L’osservatore è presente con tutta la sua soggettività

La faticosa messa in discussione della visione classica dell’analista neutrale, il gran dibattere sulla sua presenza cosciente o inconscia, l’approfondimento del suo intervento intenzionale o spontaneo, mostrano quanto sia difficile recepire questa prospettiva. Eppure, vista l’incidenza dell’osservatore sull’osservazione, sembra inevitabile dover prendere atto della presenza, nell’interazione paziente/analista, della soggettività dell’analista in tutta la sua globalità. Paziente e analista interagiscono entrambi in base a ciò che soggettivamente essi sono. Entrambi portano nell’interazione la loro soggettività.

La relazione analitica è interazione di soggettività

Mentre siamo allenati a leggere il paziente nella sua realtà psichica, somatica, affettiva e anche relazionale attraverso il transfert, meno facile è fare altrettanto per l’analista. Eppure, a meno di pensare che fare l’analista sia solo rappresentare un ruolo, sembra ovvio costatare che ogni analista si pone nella relazione in funzione di quello che di fatto è: dalla scelta di che cosa dire e quando, dal tono della voce ai silenzi, tutto nel rapporto con il suo interlocutore rivela la globalità della sua soggettività. L’interazione clinica è multiverso.

Mutualità e a-simmetria

Viene in genere dato per scontato che l’analista sia il detentore dei significati; un po’ meno, che lo sia anche il paziente. Quando due o più sistemi umani entrano in interazione tra loro, non è pensabile che solo uno possieda la “verità” e soprattutto la “verità” sull’altro. Tutti possono interpretare l’interazione quale veicolo della soggettività di tutti. Tutti i partecipanti possono cogliere che cosa sta succedendo nell’interazione. Fare l’esperienza di un’interazione che riconosce come stanno le cose è terapeutico. Naturalmente, tutto ciò non comporta che possa, o addirittura debba, essere abolita la fondamentale asimmetria che caratterizza la relazione analitica stessa. Mutualità nella produzione dei dati non implica in alcun modo simmetria di ruoli e responsabilità. Significa semplicemente che come ad esempio ha scritto Aron, l’analista può continuare, se vuole, a porsi dietro il lettino ma non può più nascondersi dietro di esso.

Interazione e meta-interazione

Il contenuto dell’intervento analitico non è più il passato, ma quanto accade nell’hic et nunc dell’interazione analitica. È ovviamente nella “”storia” del soggetto che è possibile rintracciare i significati personali alla base della sua organizzazione, ma è nel presente della seduta che l’interazione può essere colta a livello “meta”. Solo l’Io-soggetto, per la sua capacità riflessiva, è capace di meta-interazione. La meta-interazione non è tuttavia riducibile né al solo livello verbale né tanto meno a quello cognitivo; non passa, cioè, per l’auto-riflessività intesa come un sapere esclusivamente cognitivo su sé e/o sull’altro. La meta-interazione è contatto, appropriazione dello stato presente: solo allora il sistema può guardare il futuro. La meta-interazione è presenza a se stessi.

In concreto

  • le configurazioni dell’Io-soggetto sono costruite in base ad esperienze interattive: ciò vale per lo sviluppo “normale” come per lo sviluppo “patologico”;
  • tali configurazioni, essendo sistemi dotati di plasticità, tendono a modificarsi poiché la vita è movimento;
  • nella patologia esiste una “direzione” che l’Io-soggetto ha dato alla sua vita, pur rimanendo “aperto” a nuove esperienze interattive;
  • l’interazione analitica duale o sovraduale è l’ambito di osservazione;
  • l’interazione paziente-analista provoca e sostiene il processo terapeutico;
  • il cambiamento in quanto tale non è non può essere l’obiettivo dell’intervento. Solo il singolo Io-soggetto può “sapere” che cosa è possibile per lui. Ciò che veramente conta è la presenza a se stessi.
Coordinate clinico-tecniche

La patologia

Nel Modello Psicoanalisi della Relazione, “la psicopatologia nelle sue infinite variazioni riflette il nostro legame inconscio nei confronti della stasi, dell’inserimento e della fedeltà verso ciò che ci è familiare” (Mitchell, 1988; Weiss, 1986).
La patologia è l’espressione della rigidità strutturale che porta alla paura di sperimentare l’inevitabile riproporsi del fallimento.

La relazione come oggetto di osservazione

Oggetto di osservazione non può che essere la relazione paziente-analista.
“Non possiamo limitare l’osservabile alla parola perché restrittivo, non possiamo estenderlo al comportamento perché troppo generale, né possiamo indicare l’io (soggetto) come oggetto di osservazione perché in quanto concetto è un’astrazione. L’unico oggetto d’osservazione pertinente è la relazione all’interno di un campo strutturato” (Minolli, 1993).

Il conflitto

Il conflitto viene situato tra le relazioni storiche e le relazioni possibili: la rigida strutturazione di modalità relazionali storiche si connota di rigidità e determinismo e questo nonostante la sofferenza e l’angoscia legate alla loro riproduzione. Il conflitto si colloca tra la rigida ripetizione delle modalità storiche, e un nuovo spazio possibile di modalità diverse più egosintoniche e “autentiche”.

Il transfert

Superando il ruolo dell’analista anonimo e osservatore neutrale che funziona da schermo opaco (De Robertis e Tricoli, 1993), è teorizzata una inevitabile e complessa co-partecipazione sia dell’analista sia dei pazienti nel qui e ora della relazione analitica.

Il controtransfert

Da una concezione di controtransfert come ostacolo al trattamento e quindi da controllare, il controtransfert viene pensato come “transfert dell’analista” (Hoffmann, 1983; Minolli, 1993). Analista e paziente co-determinano cioè in modi diversi la relazione e così ogni momento del processo viene generato dall’apporto diversificato di ciascuno dei partecipanti, collocati allo stesso livello relazionale.

L’interpretazione

L’interpretazione conserva un ruolo privilegiato, modellandosi su due assunti:

  1. Tutto il comportamento dell’analista, e quindi non solo la parola, è interpretazione. “Quando parliamo con qualcuno agiamo con lui. Questa azione o comportamento è, nell’accezione semeiotica, codificato come linguaggio. Il linguaggio del discorso e il linguaggio dell’azione sono “variazioni armoniche sullo stesso tema” (Levenson, 1983);
  2. L’oggetto dell’interpretazione è la relazione. Il lavoro dell’interpretazione non è quello di scambiare l’illusione per realtà, ma di stabilire un confine tra l’esperienza del paziente e quella dell’analista e contemporaneamente di costruire un ponte tra di esse.

L’obiettivo del metodo d’intervento

L’obiettivo del metodo è la facilitazione della ripresa del processo evolutivo, ovvero della possibilità di apprendimento di sé. L’aumento della capacità di tener conto del proprio mondo interno ed esterno, della presenza a sé stessi, fornisce elementi nuovi ed utili per riorientare la propria traiettoria di vita.

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